ICF AMARCORD – Angela Attini, la baronessa amante del calcio

Se il calcio femminile, in Italia, prova a muovere i primi timidissimi passi nel 1946, quando a Trieste vengono fondate due squadre da usare come simbolo di unità nazionale in un tour che avrebbe dovuto comprendere la penisola intera, è solo una decina d’anni più tardi che si vedrà un primo concreto sforzo di far aprire il mondo del pallone anche alle donne.

Il merito va riconosciuto alla Baronessa Angela Attini di Torralbo, nobildonna napoletana che negli anni ’50 ricopriva il ruolo di Consigliere Nazionale del Partito Nazionale Monarchico. La Baronessa sviluppa la sua passione per il calcio fin da giovane, aiutata, probabilmente, anche dal clima aperto alle donne che il calcio napoletano stava vivendo in quegli anni. Non che fosse permesso alle signore di giocare, ma, se non altro, l‘ingresso agli stadi non era né proibito, né osteggiato, tanto che dal 1934 nello Stadio Partenopeo le donne potevano entrare e assistere alle partite in modo completamente gratuito.

È verosimile che l’Attini avesse guardato non solo con simpatia, ma con speranza, al tentativo triestino di spingere la pratica del calcio femminile, ma che sia rimasta delusa dagli scarsi risultati e dal secondo fine, meramente politico, dell’intera operazione. Il fermento, a Napoli, era tutt’altro che finito. Le prime squadre puramente amatoriali stavano sfruttando l’entusiasmo del dopoguerra e l’influenza americana per dare maggiore libertà alle proprie giocatrici. E anche se la lega nazionale femminile si doveva accontentare del bombardato stadio di Messina, mentre la
squadra maschile poteva usare l’Orto Botanico di via Foria, la voglia di continuare e crescere era tanta.

Non è la passione, né il sostegno popolare, comunque, a dare lo slancio alla Baronessa, ma proprio la politica. Infatti, il tentativo di lanciare la sua idea e legittimarla su ampia scala, nasce proprio durante una riunione del Partito Nazionale Monarchico. Mentre il direttivo si interroga su come permettere al partito di sopravvivere, dopo una guerra che ha reso già obsoleto e complicato parlare di re e regine, Angela avanza la sua proposta: incoraggiare lo sport femminile grazie a una lega calcio, al fine di rendere i monarchici promotori di un’innovazione che avrebbe dato non solo una ventata di novità alla loro politica, ma anche un chiaro messaggio di unità nazionale.

Dopo un momento di imbarazzo generale, il primo a rompere gli indugi è Achille Lauro, Presidente del Partito. Con un sorrisetto ironico e un po’ offensivo, l’uomo esclama: “Gonne, tacchi e pallone!” La reazione degli altri presenti è immediata: le risate sommergono l’Attini, che, avvilita, ma non sconfitta, lascia che il partito accantoni la sua idea e continua per conto proprio a lavorare al suo progetto. Finalmente, agli inizi degli anni ’50, la Baronessa riesce a far nascere l’AICF (Associazione Italiana Calcio Femminile). Le prime tre squadre a prenderne parte sono Vomerese, Secondigliano e Napoli, cui si uniscono, dopo poco, Lazio e Roma.

La ferma determinazione di Angela si scontra fin da subito con la realtà. I primi tornei vengono disputati in condizioni precarie, in stadi poco agibili, con campi fatti in egual misura di cemento e fango, e senza divise regolamentari. Alcune giocatrici indossano pantaloni corti, altre gonne lunghe, seguendo ancora i dettami fascisti, non più per legge, ma per abitudine. L’età delle calciatrici è la più varia, dai diciotto ai quarant’anni, e la preparazione atletica risulta fin dal principio insufficiente se non addirittura inesistente. Il pubblico, poi, sempre più numeroso a ogni partita, si dimostra quanto di più umiliante possa esistere: composto interamente o quasi da uomini, e con l’unico intento di insultare e schernire le donne in campo.

La reazione del Partito Nazionale Monarchico è categorica. Achille Lauro si rifiuta di avvallare uno sport che tale non può definirsi, giocato in modo ridicolo e foriero unicamente di disastri. La Baronessa, però, non demorde. Sa che la strada sarà lunga, ma la sua incrollabile passione le suggerisce che, con pazienza e dedizione, quello che all’inizio sembrava solo uno scherzo, diventerà qualcosa di grande.

Nonostante il suo costante impegno, però, le tensione alimentano le discordie, non solo politiche, ma anche sportive. Il famigerato Derby del Sole, tra Napoli e Roma, sancisce il fallimento del gemellaggio – ancora in forse – tra le due città. La partita comincia male e finisce addirittura peggio, con una rissa senza quartiere tra le calciatrici, che sfocia in un tafferuglio tra tifosi, facendo finire in ospedale anche arbitri e tecnici.

Improvvisamente la politica nazionale si interessa al calcio femminile: non è uno sport per donne, perché troppo violento, tanto violento, anzi, da istigare le donne a comportarsi come i peggiori tra gli uomini. Ricevuto l’assist definitivo dal Derby del 1959, il Governo fa pressioni finché la Baronessa Angela Attini è costretta a chiudere l’AICF.

La nostra eroina non perse mai l’amore per il calcio giocato, ma dovette scontrarsi con un’Italia che ancora non era nemmeno lontanamente pronta a un salto di qualità così importante. Anche se il suo slancio si dimostrò insufficiente per scalfire un muro troppo spesso, l’Attini ha fatto la storia del calcio, permettendo ai primi germogli di trovare dimora, in attesa di poter sbocciare meglio e con maggior vigore. Achille Lauro, che sorrise beffardo alla proposta della Baronessa, forse oggi non riderebbe più, se avesse potuto vedere l’epopea della azzurre ai Mondiali di Francia…

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