ESCLUSIVA ICF – Morace: “Io, allenatrice e avvocato. Vi racconto la mia esperienza all’estero”

Lei è Carolina Morace: 12 Scudetti, 2 Coppa Italia, 1 Supercoppa Italiana. Per 12 volte è stata capocannoniere della Serie A. Ma i numeri non descrivono mica un’atleta nella sua interezza. Dietro c’è una donna che giocava a calcio tra gli anni 80-90 nel contesto Italiano. Dietro c’è una donna con esperienze di lavoro in Paesi come Canada, Trinidad Tobago, Australia e Iran, tanto per citarne alcuni. Dietro c’è l’unica donna che ha allenato tra i professionisti, in serie C con la Viterbese. Ho da sempre creduto, in maniera ferma, che i numeri possano descrivere un’atleta solo parzialmente. Dietro alle cifre ottenute non traspare il lavoro che c’è stato dietro, e ne tanto meno le sue percezioni nel momento in cui stava scrivendo la sua storia. Non nascondo che al momento in cui ho intervistato Carolina ho provato tanta emozione, ma è stata lei che ha messo me a mio agio; i campioni fanno quest’effetto.

Luciano Gaucci, nel 2003, aveva la volontà di tesserare alcune giocatrici per il suo Perugia maschile. Tutto questo facendo affidamento al fatto che non c’era nessuna regola FIFA che lo impedisse. Si trattavano prima delle svedesi Ljungberg e Svensson e poi della tedesca Prinz. Tutte e tre le calciatrici, come scrivi nel tuo libro(La prima punta, 2019) hanno tutte e tre respinto le proposte al mittente. Se l’offerta fosse arrivata a te, all’apice della tua carriera, avresti accettato o avresti declinato?

Non avrei accettato; ti parlo comunque dopo aver fatto alcune partite con atleti di spicco del maschile. Mi viene in mente la partita con Totti all’Olimpico per esempio. Posso farti un paragone nel tennis: è come se Novak Djokovic affrontasse Serena Williams. Il gap è molto. Però ti posso dire che giocando a calcetto con loro, ho giocato con Chinaglia per esempio, la differenza in un campo 20×40 non si avvertiva. Stiamo parlando però di un campo dove non c’è l’espressione della potenza, e la forza fisica si fa sentire meno. Le qualità tecniche però sono le stesse tra uomo e donna. Qualità come la scelta di tempo, il saper dove andare a prendere la palla, il saper leggere una situazione sono universali; sono qualità che non risentono del genere e che fanno la differenza. Quello che caratterizza il campione dal non campione è la capacità di percepire con anticipo quello che sta per accadere. Nel 21esimo secolo il calcio ha bisogno di calciatori pensanti, con atleti che già nel riscaldamento fanno esercizi specifici.

Avere delle figure di riferimento spesso aiuta per conoscersi meglio. Figure che affascinano, e che magari, guardandole attentamente, ci offrono una maggiore visione d’insieme di cosa stiamo facendo. Nell’arco della tua vita da sportiva, hai per caso avuto una figura che ti ha particolarmente ispirato?

Per una donna avere un modello maschile come riferimento è molto difficile. Un giocatore che ho sempre stimato, perché forse ci assomigliavamo per il modo di giocare ed avevamo la stessa età era Gianluca Vialli. Eravamo potenti entrambi, eravamo intelligenti tutti e due e generosi, con una predisposizione al sacrificio ed alla partecipazione al gioco. Per altro ho trovato Gianluca al corso allenatori. Lui lo sa di questa mia stima per lui. Non avevo il suo poster in camera, ma se devo sceglierne uno dico lui.

Per le persone con poca esperienza come calciatore, prendere i brevetti necessari per allenare è veramente difficile. Penso anche ad una licenza UEFA B per esempio. Per una donna è la stessa cosa? Valgono i punti che accumula nella sua carriera da calciatrice per entrare in graduatoria?

Si, l’esperienza passata conta, ma ha un punteggio diverso, anche se siamo solo tre donne ad avere la UEFA Pro License. Io, Bavagnoli e Bertolini. Per i meriti sportivi, il punteggio è diverso e vale meno quello di noi donne; mentre per quanto riguarda il punteggio associato al titolo di studio è lo stesso.

Il livello di istruzione, nello sport femminile, è molto più elevato rispetto a quello maschile; questo è un discorso che parte da lontano. Non versando contributi previdenziali, una donna che finirà la sua carriera da sportiva, non avrà diritto alla pensione, e ad una eventuale maternità. Dovrà quindi trovarsi più che preparata al momento di fine carriera. Tu, nella tua vita, hai trovato tempo e forza per laurearti in giurisprudenza ed esercitare come avvocata civilista. Cosa ti ha spinto a scegliere questa facoltà?

La mia migliore amica, avvocato, con la quale condivido ancora lo studio legale oggi, ha avuto un ruolo fondamentale. Io studiavo filosofia, e mi ricordo che eravamo in vacanza insieme e stavo preparando un esame universitario di filosofia del linguaggio. Lei era già avvocato, e molto probabilmente stava facendo pratica in uno studio legale; ad un certo punto mi guarda e mi fa: ” Ma cos’è sta roba?! Ma che cos’è questa cosa che con la quale o senza la quale rimane tutto uguale?” ”Tu sei una tipa pratica, ma perché non provi giurisprudenza?” Io a lei la stimo molto, e mi ha talmente tanto colpito quello mi ha detto che mi ha spinto ad iniziare. Lei tra l’altro è la mia socia nello studio. Ci conosciamo da 30 anni. Io non esercito e mi occupo più di pubbliche relazioni, e lei ed altre colleghe si occupano più della parte più tecnica.

Nello sport di squadra è fondamentale comunicare. Nel calcio è molto importante esprimersi verbalmente in campo con i propri compagni o compagne. Il linguaggio insegnato alle atlete è ancora quello inventato dagli uomini. Per esempio, in situazione di pressione, si sente ancora esclamare ”uomo!”. Pensi che il calcio femminile abbia bisogno di un linguaggio tutto suo?

In primis credo che ogni allenatrice debba farsi iniziare a chiamare Coach e non Mister. Coach viene utilizzato in tutto il mondo. Il calcio è stato inventato in Inghilterra, e lì gli allenatori di calcio, come nel resto del mondo, vengono chiamati Coach. Quando allenavo il Canada, eravamo qui in Italia in ritiro e portai le ragazze della nazionale a vedere una partita della Lazio. Ad un certo punto, prima della fine della partita, ci siamo alzate perché volevamo andare via senza trovare il trambusto e con meno traffico. Quando ci siamo alzate, ci sono stati tifosi che mi chiamavano ”Mister Morace”. Le mie giocatrici si giravano verso di me, non capendo perché mi stessero continuando a chiamare Mister.

Comunque per quanto riguarda il linguaggio specifico, penso che non sia una priorità; magari in futuro ci sarà tempo e modo. Non sono neanche una persona che dice professionismo=salario, perché il calcio maschile genera introiti troppo più grandi rispetto a quello femminile. Il discorso è che si dovrebbe cercare di dare le opportunità di crescita a livello calcistico a tutte le donne. L’avvento delle società maschili è stata una cosa positiva, ma dietro deve esserci un lavoro ed un sostegno volto a far migliorare tutto il movimento. Deve essere un punto d’inizio e non un punto d’arrivo fondare una squadra femminile.

Hai avuto tre esperienze come commissario tecnico, in tre paesi, culturalmente, molto lontani tra loro: Italia, Canada e Trinidad Tobago. Quali sono, se ce ne sono state, le maggiori difficoltà che hai incontrato per adattarti?

Dal punto di vista sportivo, come allenatore, devi necessariamente saperti adattare. Ci sono certe cose, radicate nella cultura del Paese, che non si possono cambiare, e sarebbe stupido farlo. Ti prendo l’esempio dell’Inghilterra. Se si va ad allenare lì, i tuoi giocatori continueranno a bere birra. Ci sono quindi delle cose in cui si deve saper essere elastici.

Ad esempio, nel primo lavoro in Canada, le atlete erano tutte in sovrappeso. Questo non è una fantasia mia che sono Italiana, ma l’alimentazione è importante. Con 4-5 kg in più, le prestazioni sono minori e si è più soggetti ad infortuni. Il trucco per lavorare bene è farsi prima conoscere dalle atlete. Prima devono conoscerti, dopo che capiscono che si possono fidare di te perché sei competente e perché migliorano, in quel momento puoi intervenire. Altrimenti tutti gli allenatori che andranno all’estero faranno sempre fatica.

In Trinidad Tobago non solo eri commissaria tecnica, ma eri anche direttrice di tutte le nazionali giovanili. Su che principi hai improntato il lavoro di training e di scouting?

In Trinidad Tobago siamo partiti cercando di reperire più informazioni possibili sulle atlete. Una nazionale già c’era, però poi abbiamo fatto degli scouting per l’under 17, per l’under 20. Poi abbiamo stabilito che le squadre nazionali, ed è per questo motivo che ho accettato, dovevano allenarsi ogni giorno come una squadra di club. Loro avevano un campionato che durava tipo 3 mesi, per cui la vera sfida era tenerle operative i 9 mesi restanti.

Ci sono stati incontri con gli allenatori, perché volevamo che si adattassero ai principi miei e del preparatore atletico. Le ragazze erano disponibilissime, perché vedevano che con noi miglioravano. Loro avevano un programma di allenamento nelle loro squadre di club che seguiva il mio di programma tipo. Ti racconto un aneddoto: noi una volta a settimana ci alleniamo con la musica. Una cosa nel quale credo fortemente, perché ti da il ritmo e si riesce anche a fare un certo tipo di lavoro. Ed è anche una sorta di collante per fare squadra.

La mia seconda era Nicola Williams ed è Inglese-Australiana. Lei aveva il compito di mostrare alle atlete che tipo di movimenti fare. Il problema è che le ragazze di Trinidad Tobago hanno la musica nel loro sangue, mentre la mia vice era tutto tranne che una tipa predisposta al ballo, date le sue origini. Lei quindi mi fa: ”Hey Carolina, la prossima volta ti faccio vedere io cosa faccio!” Finita quindi la lezione ha preso 3 atlete, e gli ha detto che dal lunedì successivo sarebbero state loro a mostrare i movimenti alle loro compagne. Le ragazze di Trinidad Tobago non ti dico come si muovevano; movenze perfette.

Per me è stata una bella esperienza, sopratutto per quanto riguarda le giocatrici. Per loro non lo so perché ai primi allenamenti arrivavano a fine seduta che vomitavano. Non erano tanto attente all’alimentazione, tanto che succedeva che mangiavano del pollo fritto prima di allenarsi. Oltre questo, con loro c’è stato un rapporto speciale, e ci siamo tolte tante soddisfazioni. Pensa che con la capitana ancora oggi ci sentiamo e ci mandiamo qualche messaggio. Sanno che sono molto esigente, ma nel momento in cui si può scherzare sono la prima a farlo.

La mia gestione è molto più autorevole che autoritaria, ma bisogna rispettare le regole che si condividono. Sia in Trinidad Tobago che in Canada ho trovato due federazioni che volevano fare bene; ma soprattutto non ho trovato pregiudizi. I pregiudizi li ho piuttosto trovati con alcuni dirigenti quando allenavo la nazionale Italiana.

La competitività del campionato di serie A femminile si sta alzando. Consiglieresti ad una calciatrice Italiana un’eventuale esperienza in un altro campionato in questo momento storico?

Per quanto riguarda me, se avessi ricevuto una chiamata dall’estero, magari l’Inghilterra, avrei accettato. Ma questo non per una questione di soldi, ma per una questione di esperienza di vita. Avrei preso l’opportunità di misurarmi. Il calcio femminile in Inghilterra è più avanti rispetto al nostro. Anche se ci vuole coraggio a fare una scelta del genere, io l’avrei fatta un’esperienza fuori.

di Matteo Cassina (parte seconda e ultima)

Photo credit: Claudio Villa/Getty Images

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