ESCLUSIVA ICF – Morace: “Perché è Ulivieri a scegliere il vice di Bertolini? Cosa c’entra lui?” (1)

Lei è Carolina Morace: 12 Scudetti, 2 Coppa Italia, 1 Supercoppa Italiana. Per 12 volte è stata capocannoniere della Serie A.
Ma i numeri non descrivono mica un’atleta nella sua interezza. Dietro c’è una donna che
giocava a calcio tra gli anni 80-90 nel contesto Italiano. Dietro c’è una donna con esperienze di
lavoro in Paesi come Canada, Trinidad Tobago, Australia e Iran, tanto per citarne alcuni.
Dietro c’è l’unica donna che ha allenato tra i professionisti, in serie C con la Viterbese.
Ho da sempre creduto, in maniera ferma, che i numeri possano descrivere un’atleta solo
parzialmente. Dietro alle cifre ottenute non traspare il lavoro che c’è stato dietro
, e ne tanto
meno le sue percezioni nel momento in cui stava scrivendo la sua storia. Non nascondo che al
momento in cui ho intervistato Carolina ho provato tanta emozione, ma è stata lei che ha
messo me a mio agio; i campioni fanno quest’effetto. (parte prima)

l’intervista

Comincio questa mia intervista partendo dall’inizio.
Venezia, anni 70.
Una bambina, grazie agli assist di suo fratello, inizia già a fare caterve di gol.
Inverno o estate per lei non c’è differenza. D’inverno segna al campo spelacchiato sotto casa, d’estate segna al campo dello stabilimento balneare della marina militare.
Tornei infiniti, ed ogni partita come fosse una finale mondiale. Quella bambina eri tu, e questo, ahimè è uno stralcio di Italia che non c’è più. I bambini passano sempre meno tempo a fare attività fisica en plein air. Le partite con 4 cappotti come porte sono solo un vecchio e opaco ricordo.
Ti chiedo, quindi, quanto è stato importante per te avere un background di questo tipo?
A livello formativo, i più piccolini e le piccoline hanno ancora bisogno di giocare a calcio anche in condizioni improvvisate fatte anche di ostacoli naturali?

Credo che come formazione sia stata ed è ancora fondamentale. Io sono stata fortunata perché sono nata e cresciuta a Venezia, per cui non avevo nessuno tipo di problemi e nessun pericolo uscendo di casa. Adesso, quello che è cambiato, è il rapporto tra figli e genitori. Io e mio fratello facevamo sport, ma nessuno della mia famiglia interferiva mentre ci allenavamo. A mio padre piaceva il calcio e ci seguiva, ma non si è mai intromesso tra noi e l’allenatore.

Invece oggi, purtroppo, c’è presunzione da parte del genitore. Non capisce che deve rimanere a fare il genitore, e che il figlio ha bisogno anche di altre figure di riferimento. Figure importanti per la crescita a livello sociale e comportamentale; qualcuno che ti insegni come devi comportarti con l’adulto esterno al nucleo famigliare, e che ti spieghi che tipo di comportamento tu debba avere con i tuoi compagni di squadra.

Tutte queste cose devono essere lasciate agli istruttori ed agli allenatori, che comunque hanno delle competenze in materia. Adesso vedi il bambino che arriva al campo con il genitore al seguito, e durante la seduta di allenamento cerca sempre l’approvazione dell’adulto in tribuna. Purtroppo nel bambino si instaura un meccanismo che fa confondere la figura del genitore alla figura dell’insegnante. Ma questo non è un discorso solamente relegato al calcio o allo sport in generale.

Io, per esempio, non ho mai preso una nota in vita mia, perché sennò quando sarei tornata a casa mia madre si sarebbe molto arrabbiata. Nei giorni d’oggi, invece, se succedesse, il genitore sarebbe subito pronto a contestare l’operato dell’insegnante; questo non aiuta perché non si rendono conto che poi la vita è un’altra. Per noi, il fatto di giocare il calcio in mezzo alla strada senza arbitro, era sinonimo di imparare a rispettare le regole; questo perché non c’era nessun altro che lo facesse per noi.

La crescita di una giovane calciatrice passa per tappe diverse da quella di un giovane calciatore. Spesso si tende a sovrapporre i due fenomeni per pura ignoranza, credendo che il corpo di una donna abbia le stesse esigenze di quello di un uomo. Non credi che sia l’ora di sviluppare figure qualificate in questo campo, in modo che finalmente un’atleta femminile possa sviluppare le sue capacità al massimo potenziale?

Se analizzo chi fa parte della commissione calcio femminile, rimango un po’ confusa. Partendo da Renzo Ulivieri, che sebbene sia presidente degli allenatori, col calcio femminile non c’entra niente. Perché deve essere lui a scegliere il secondo della CT Bertolini? Forse Ulivieri ha voce in capitolo sulla scelta dello staff della nazionale maschile? No, sicuramente. Allora perché detta legge in quella femminile?

Il calcio femminile, ora che sta avendo successo, sta vivendo l’ingresso di molte persone provenienti dal maschile che pensano di sapere tutto. Il calcio femminile ha delle peculiarità, e credo che ci siano delle figure che sono totalmente scomparse; ne sono apparse altre che con il nostro mondo c’entrano poco. C’è la tendenza di alcune società di imporre che il secondo allenatore sia un maschio. Io ne sono fuori, perché lo staff me lo scelgo da sola. Come non ci sono interferenze sulla panchine maschili, non ci devono essere interferenze neanche su quelle femminili. Il rispetto dei ruoli deve essere alla base di ogni attività.

Ci fu un periodo di integralismo post Sacchiano, in cui la fantasia fu messa da parte. La specializzazione nel ruolo, fino a qualche anno fa, era vista come un dogma imprescindibile. Ho notato che nel calcio femminile sia un fenomeno minormente sviluppato rispetto a quello maschile; vedo spesso giocatrici, anche qualcuna della nostra nazionale, essere in grado di ricoprire più ruoli con molta facilità. E’ solamente una mia impressione, oppure è realmente così?

Questo succede perché il calcio femminile viene ancora equiparato al calcio giovanile. Il calcio femminile di alto livello, è calcio di adulte. Per cui dovrebbero già avere un ruolo specializzato. Nel settore giovanile sono d’accordo nella non specializzazione del ruolo, perché è un settore in formazione. Anche io, quando sono arrivata in nazionale, giocavo dietro due attaccanti; avevamo due attaccanti molto forti. E’ chiaro che potevo giocare lì, ma poi come mi sono espressa come attaccante centrale, era tutta un’altra cosa. Nel massimo livello, avendo anche parlando con alcune giocatrici, c’è chi digerisce meno alcune posizioni. A livello di nazionale è chiaro che ci sia più duttilità, ma rimango dell’opinione che ognuno debba essere schierato nel ruolo che sa fare meglio.

Tu sei stata una pioniera nel tuo modo di vivere quotidianamente questo sport. Prima, quando ancora giocavi, ti sei fatta seguire personalmente da un preparatore atletico professionista come Luigi Perrone. Poi, lungo il tuo cammino da allenatrice, hai fortemente voluto nel tuo team figure professionali altamente qualificate. Con il Canada, per esempio, ho letto che grazie al lavoro atletico, le tue atlete iniziarono a fare 6 scatti a massima intensità per partita, rispetto ai 4 delle dirette concorrenti. Per la persona a capo, quanto è importante aggiornarsi e sapersi circondare dalle persone giuste e delegare loro quello che sanno fare meglio?

In Canada fu importante il lavoro di Mario Familari, che poi mi ha seguito anche nella mia ultima esperienza con la nazionale di Trinidad Tobago. Lui è il preparatore atletico più titolato di tutte le primavere maschili che ci sono in Italia. Siccome era un professionista che sapeva il fatto suo, ha saputo allenare il Canada così come andava allenato. Adesso va di moda far fare alle donne ” un po’ di meno rispetto agli uomini”; quando invece non funziona così.

Ma ora parlano di calcio femminile preparatori ed allenatori che non sono mai stati nel nostro mondo o che hanno avuto minime o marginali esperienze nel nostro settore. Il fisico di una donna ha esigenze diverse rispetto a quello di un uomo. Familari è un esperto, che già conosceva il calcio femminile. Aveva già 15 anni di esperienza nel calcio femminile e quello maschile.

Adattando le innovazioni del maschile ai diversi obiettivi e scopi del calcio femminile. Per quanto riguarda la psicologa dello sport, durante la mia esperienza con la nazionale femminile, ho portato la dottoressa Franca Carusi, una figura che si occupava principalmente del team building; su temi come la focalizzazione dell’obiettivo. Lei aveva la specializzazione in psicologia dello sport e psicologia del lavoro, due temi molto simili perché trattano le dinamiche comportamentali di un gruppo. Tutto avveniva sotto forma di gioco, ma alla base c’era la convinzione forte che potesse servire nel quotidiano.

Luigi Perrone, poi, insieme ad Elisabetta Bavagnoli, ti ha accompagnato nell’esperienza con la Viterbese. Il progetto, a detta del presidente Gaucci, era quello di portare la Viterbese in serie A. Che rivoluzione sarebbe potuta essere avere un’allenatrice nel massimo campionato maschile di calcio? E quanto ancora dobbiamo aspettare affinché questo si verifichi?

Nel calcio vedo ancora tanta ignoranza. Io vedo ancora tanta gente con la terza media che vuol fare il dirigente e che magari non ha mai lavorato in vita sua. Quindi fino a che il calcio prende queste persone, è difficile che una mentalità possa essere superata. Vedo ancora molti pregiudizi, generati da una ignoranza di fondo. Menomale che sono arrivate le squadre professionistiche. Io non sono tifosa della Juventus, ma la Juve nel femminile ha fatto e sta facendo bene. Non mi riferisco al vincere ed al valore della squadra femminile in se, ma mi riferisco a come venga presentata la squadra. Mi viene il mente il fatto che l’abbiano fatta giocare all’Allianz Stadium e che, per esempio, dopo la vittoria dello scudetto l’abbiano fatta festeggiare insieme a quella maschile.

Sono tutti particolari che spingono le persone a rompere il pregiudizio. Poi però penso ad alcuni presidenti di serie A, che non fanno nulla per il femminile. Con la Juventus, ho avuto un’esperienza a stretto contatto quando ero in Australia. Portavo un gruppo di piccoli atleti, e qui in Italia facevamo delle amichevoli, e devo dire che l’organizzazione ed il rispetto che ci ha mostrato la Juventus ci ha fatto rimanere a bocca aperta; ci hanno trattato come se fossimo il Real Madrid. Dal primo all’ultimo giorno sono stati di un’educazione esemplare. Pur non essendo tifosa della vecchia signora, perché non tifo nessuna squadra di club, quello della Juventus è un modello che andrebbe seguito.”

di Matteo Cassina (parte prima)

Fonte foto: Social Media Carolina Morace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...