ICF AMARCORD – 1933: le ragazze di via Stoppiani

Siamo nel 1933, e, con sede legale a Milano, in via Stoppiani 12, viene fondata il GFC: Gruppo Femminile Calcistico.

Le protagoniste di quest’avventura – dal destino purtroppo breve, ovvero circa nove mesi – sono delle giovani donne amanti del pallone e ispirate dall’esempio delle Signore del Kerr, le inglesi che avevano acceso le speranze di tante appassionate poco più di dieci anni prima. Il gruppo nasce sotto l’ala del gerarca Leandro Arpinati, all’epoca presidente del CONI, grande appassionato di calcio e abbastanza aperto alle iniziative femminili. Dopotutto, durante il regime fascista, la pratica sportiva veniva incentivata e anche le donne venivano incoraggiate in tal senso.

Le ragazze di Milano si fanno anche furbe, presentandosi alle autorità, per avere i permessi del caso, come le ‘fascistissime’, sottolineando come il loro sforzo andasse di pari passo con quello promosso dal Duce: “irrobustire il corpo e ingentilire l’animo” pur restando signorine per bene era uno dei loro obiettivi dichiarati.

Le partecipanti sono trenta, di età compresa tra i quattordici e i vent’anni. La più giovane era la quattordicenne Elena Cappella, mentre la più ‘anziana’ era Losanna Stringaro, portavoce del gruppo. Si tratta di studentesse di scuola superiore, impiegate, dattilografe, sarte e modiste, insomma, tutte giovani donne facenti parte di un ceto nuovo, impiegatizio e proiettato verso la modernità, che si stava facendo strada in Italia in modo travolgente.

Arpinati le appoggia in modo chiaro, aiutandole, anzi, a districarsi in un mondo in cui muoversi era tutt’altro che facile. Dà loro imposizioni chiare e nette, che possono suonare eccessive, ma che, a suo parare, avrebbero permesso loro di giocare, di farsi conoscere e, da lì, conquistarsi lo spazio sociale necessario a legittimare di fatto l’esistenza del Gruppo Femminile Calcistico.

Innanzitutto, le ragazze dovevano avere il permesso scritto dei genitori, pena l’esclusione immediata dalla società. In secondo luogo, gli incontri dovevano essere, almeno all’inizio, privati e vietati al pubblico. Le partite avrebbero avuto una durata di trenta minuti, quindici per tempo, le dimensioni del pallone sarebbero state ridotte, e il gioco sarebbe stato rigorosamente rasoterra: vietatissimi i colpi di testa, sia per evitare movimenti troppo bruschi, sia per non rovinare le acconciature.

In porta non avrebbero potuto giocare le donne, ma solo ragazzini di tredici anni. In tal modo si andava a evitare sia il rischio di pericolosi scontri fisici tra donne – di cui l’opinione pubblica aveva il terrore, temendo che ciò potesse ‘debilitare ai fini riproduttivi’ – sia la promiscuità tra uomini e donne, dato che i tredicenni non erano considerati ‘pericolosi in tal senso’.

Il vestiario, poi, era stato scelto rigorosamente dal gerarca: scarpe, calzettoni, cavigliere, maglie e sottanina, acquistate a proprie spese dalle calciatrici. Siccome la divisa non doveva in alcun modo dare scandalo, si scartò subito l’ipotesi dei calzoncini – benché fossero già usati senza problemi dalle atlete – e si preferì la cosiddetta sottanina, ovviamente nera, simile a quella usata dalle cestiste. I colori, in generale, dovevano essere scuri, perché le tinte troppo chiare avrebbero permesso una trasparenza inammissibile.

Le ragazze del GFC non si fanno smontare da tutte queste regole, e iniziano con entusiasmo la loro impresa. Non si fanno problemi a scomodare la stampa e tutti i mezzi mediatici possibili, scrivendo lettere ai giornali sportivi e inviando ovunque i calendari con le loro gare e le foto delle partite giocate.

Il Quarto Potere si divide allora in tre fazioni. La prima e più consistente finge di ignorare completamente il fenomeno, evitando accuratamente di parlarne. Una seconda, avvallata soprattutto dalla stampa nazionale, propende per ridicolizzare gli sforzi delle ragazze, arrivando alle invettive della Gazzetta dello Sport, che parlerà di esili figure che durante l’intervallo non vedono l’ora di tornare negli spogliatoi per sistemarsi i capelli e il rossetto. E infine, più sparuta, resta la fazione di chi guarda al progetto con simpatia. Araldo di ciò è il settimanale Il Calcio Illustrato. Pur coi limiti dell’epoca, i suoi giornalisti pubblicano foto, interviste e articoli, dando
spazio al calcio femminile come meglio possibile. I giudizi sulla qualità del gioco sono rigidi, ma le giocatrici vengono lodate per la passione e la correttezza in campo.

Si torna a dire con insistenza che il football non è… giuoco per signorine.” ironizza una vignetta, che mostra tre calciatrici preoccupate, che ribattono: “Bisognerà allora che troviamo presto marito…”. Questo è il clima generale che devono sopportare le ragazze di via Stoppiani, che, comunque, dinnanzi a tanta superficialità, non si lasciano abbattere.

L’11 luglio 1933, davanti a circa mille spettatori si gioca la prima partita ufficiale del gruppo, seguita a stretto giro da Il Calcio Illustrato. Si sfidano il Gruppo Sportivo Ambrosiano e il Gruppo Sportivo Cinzano, che vince per 1 a 0. Il match è apprezzato, si decide di continuare e il secondo incontro ufficiale si tiene dopo poco.

Però, con quelle partite, si era passata una linea invalicabile. Arpinati, che aveva cercato di tenere il GFC sotto la sua protezione, era stato purtroppo destituito a maggio, e sostituito, solo a fine estate, da Achille Starace, che riesce a insediare il suo fedelissimo Giorgio Vaccaro alla FIGC. Il loro interesse è interamente rivolto al medagliere olimpico, e gli sforzi sono concentrati unicamente nel rafforzamento delle squadre femminili di pallacanestro, atletica leggera e nuoto. Il GFC si ferma per la tregua estiva, senza sapere che con questa pausa, il calcio femminile resterà fermo fin dopo la guerra.

L’autunno successivo, ci sono tentativi spontanei di creare squadre e campionati nel nord Italia, ma i gerarchi locali frenano ogni iniziativa sul nascere. Il 22 novembre 1933, sul Littoriale, compare un editoriale che non lascia più speranze: il CONI abolisce definitivamente la pratica femminile del pugilato e del calcio.

Così, una domenica mattina, al campo usato dal GFC arrivano degli allenatori di atletica leggera e fondano il Gruppo Sportivo Giovinezza. Alle ragazze di via Stoppiani resta solo da decidere: lasciare lo sport, o cambiare strada, passando dal calcio all’atletica. Alcune di loro faranno carriera, come Maria Lucchese, mezzofondista e campionessa di corsa campestre, o Rosetta Boccalini – una delle tre sorelle del GFC, Rosetta e Luisa giocatrici e Giovanna aiuto allenatrice – che diventerà una cestista indimenticabile dell’Ambrosiana, vincendo tre volte il titolo nazionale.

Del sogno iniziale, però, non era rimasto altro se non un ricordo esaltante, che, con ogni probabilità, avrebbe ispirato le generazioni future, permettendo ad altre ragazze di pensare in grande e far nascere, dal basso, una corrente che sta spingendo ancora oggi per dare una legittimità concreta al calcio femminile in Italia. Forse la strada sarà ancora lunga e perigliosa, ma è bello pensare che la speranza accesa dalle ragazze di via Stoppiani sia ancora viva e capace di guidare tante ragazzine e donne verso lo sport più bello del mondo.

di Rebecca Valverde

Fonte foto: Cartoline dal Ventennio

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