ICF AMARCORD – Alice Milliat e quella scomoda passione per lo sport

In pochi, oggi, sanno chi sia Alice Josépgine Marie Million, nata nel 1884 a Nantes e diventata nota con il nome da sposata: Alice Milliat. Figlia di un commerciante e di una sarta, dopo essersi dedicata anima e corpo allo studio, diventò istitutrice e lasciò la Bretagna per volare in Inghilterra. Qui si sposò a vent’anni con un impiegato emigrato come lei, che purtroppo morì solo quattro anni dopo le nozze. Forse anche per questo lutto riversò ogni sua attenzione su una passione che all’epoca, in Francia, non era ritenuta molto adatta a una signora per bene: lo sport.

A Londra, poco dopo la morte del marito, Alice aveva praticato il canottaggio, vincendo anche dei premi. Tanto per citarne uno: fu la prima donna a vincere l’Audax per le lunghe distanze. Con il passare degli anni, aveva ampliato i suoi interessi, passando anche al rugby, al ciclismo e al calcio.

Cominciano anni peregrini, per lei, che la portano addirittura negli Stati Uniti. Complice anche l’aver respirato culture e dimensioni diverse, la Milliat non dava più peso al pensiero comune, ovvero che l’esercizio fisico trasformasse le donne in selvagge e violente belve impossibili, per l’uomo, da domare, tornata in Francia, entra a far parte del Fémina Sport, un’associazione fondata nel 1911 e nel 1915 ne è già la presidentessa.

Se all’inizio il Fémina mescolava in modo sapiente la danza e lo sport – al fine ultimo di non venir osteggiata dall’opinione pubblica – sotto l’influsso di Alice vira verso una maggior serietà agonistica. Nel 1917, quindi, l’associazione organizza il primo campionato nazionale francese di atletica leggera, ma, malgrado gli entusiasmi delle partecipanti, questa manifestazione mette a nudo molti problemi. Prima di tutto c’era il problema del vestiario. Non solo c’era il costante rischio di suscitare scandalo – basti pensare al trambusto causato da Violette Morris in Gourad, accusata di aver partecipato a una gara senza indossare il reggiseno, causando scompiglio negli spettatori – ma anche quello di trovarsi fisicamente impedite nel gioco.

Gonne lunghe fino alla caviglia, abiti accollati e dalle maniche che arrivavano al polso, vestiti stretti con pieghettature e rigidi colletti: nulla, nel vestiario di una donna sportiva le permetteva di eccellere nei propri gesti tecnici o anche solo nei movimenti basilari. In secondo luogo c’era il problema dei permessi. Nella Francia dell’epoca alle donne era vietato praticare sport diversi dal tennis, dal nuoto e – anche se con riserva – dal pattinaggio sul ghiaccio. La Suffragetta dello sport o La Passionaria o La Militante o come altro vogliate anche voi chiamare Alice aveva chiaro il suo scopo: sdoganare anche gli sport ritenuti più maschili, come il basket, il calcio e l’hockey e far capire alla gente che anche una donna poteva praticarli senza necessariamente trasformarsi in una belva rissosa e volgare.

Sospinta dal successo avuto con le sue prime iniziative e grazie alla risonanza mediatica che riusciva ad avere, malgrado i sistematici attacchi dei giornalisti, la Milliat diventa nel 1918 segretaria generale della Société Feminine du Sport, di cui diventa presidentessa l’anno seguente. Era la prima volta, in Francia, che una donna diventava leader di un club sportivo. Dalla lingua sciolta, Alice comincia a farsi molti nemici, ma non se ne preoccupa, rinfrancata nel vedere tante giovani donne cogliere la possibilità di praticare gli sport che amano. Viene accusata di forviare le ragazze che si affiliano alla sua società, di promuovere giochi violenti come il calcio, che porta allo scontro fisico diretto, mettendo a repentaglio la notoria cagionevole salute delle future madri di Francia. Per lei, però, sono solo parole.

Nel 1921 la Milliat torna a pensare in grande e, forte del successo di un meeting internazionale tenuto in marzo a Monte Carlo (il festival mondiale dello sport muliebre), il 31 ottobre dello stesso anno, fonda la Fédération Sportive Féminine Internationale (FSFI). Le adesioni crescono in modo esponenziale: Alice non si sente più sola nella sua battaglia. Sa di avere le cartucce necessarie per provare il colpaccio, e così organizza per l’anno successivo le prime Olimpiadi femminili.

Distruggendo in un colpo solo le idee maschiliste del Barone Pierre de Coubertin, il progenitore delle moderne Olimpiadi, Alice presiede i primi Giochi Olimpici Femminili di Parigi. In tre giorni densi di sport, si sfidano settantasette atlete, provenienti da una ventina di Paesi differenti. I quindicimila spettatori, con grande disappunto di de Coubertin, sono entusiasti. Lo spregio immediato arriva a fine manifestazione: le medaglie ottenute non vengono riconosciute dallo Stato, e restano quindi un mero premio simbolico.

Per quello tardivo servirà qualche anno, quando nel 1926 il presidente della Federazione Internazionale di atletica leggera, Sigfrid Edstrom, proibirà alla Milliat di usare il termine Olimpico riferendosi ai Giochi femminili. Alice, proprio con l’appoggio della Svezia, nel 1926 risponde organizzando dei nuovi Giochi, ma deve cedere alle leggi e intitolarli solo: Women’s World Games.

La sua dura battaglia per i Giochi Olimpici continua per altri dieci anni circa, e, malgrado tutti i colpi bassi ricevuti, nel 1935 il Comitato Olimpico è costretto dall’ormai irreversibile boom dell’atletica femminile a cedere all’evidenza e accettare l’integrazione delle atlete nelle gare ufficiali. Ma cosa fece, di preciso, per il calcio femminile Alice Milliat? Molto più di quello che si pensi. Di certo il contributo maggiore, oltre che allo slancio ideologico, si ha nel 1918, quando, sotto la protezione della Fédération des Sociétés Féminines Sportives de France, Alice guida la Division 1 Féminine, una sorta di primo campionato di calcio femminile francese, che si disputerà per ben quattordici anni consecutivi. Verrà formalmente proibita nel 1932.

Il calcio fu solo uno dei tanti sport a cui questa donna dedicò la vita, ma indubbiamente il suo contributo fu fondamentale, perché svegliò le coscienze della sua nazione e poi di tutta l’Europa. Ci vollero ancora decenni, prima che il suo messaggio facesse breccia, e nel 1957 morì nel totale anonimato, stremata da una vita di lotte contro un nemico che si era dimostrato più grande di lei e così ottuso da essere quasi invincibile.

Non rigettando del tutto la propria cultura d’origine, e usando sempre il cognome del marito – di cui, va precisato, andava fiera come di un vessillo di battaglia – Alice fu una fine conoscitrice non solo dello sport, ma anche dell’essere umano. Ricca di ironia e dalla brillante intelligenza, definì la donna come ‘un essere sano fisicamente e moralmente, senza timore delle responsabilità e pronta a far valere i propri diritti, in tutti i campi, senza perdere la grazia e il fascino’.

I suoi innumerevoli sforzi, dunque, non vanno dimenticati: se oggi molte donne possono accostarsi in modo sereno allo sport, calcio compreso, in parte il merito è anche suo.

Il Barone de Coubertin credeva di poterla liquidare in due frasette secche, ridicolizzandola e attaccandola sul personale, ma, come spesso è accaduto nella Storia, il tempo gli ha dato torto e ha fatto brillare di più la strada segnata da una donna così illuminata, rispetto all’oscuro sentiero che lui si ostinava a indicare come via maestra.

di Rebecca Valverde

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...