Schioppo tuona e attacca Mister Marino dopo l’addio: “Io trattata come una nullità”

Rabbia e delusione nelle parole di Emanuela Schioppo dopo l’addio al Napoli. La calciatrice classe 1991 ha rilasciato una lettera sui propri canali istituzionali in cui attacca in particolar modo il mister Giuseppe Marino. Il difensore accusa di essere stata trattata come una nullità e un’estranea: zero parole e zero gesti nei suoi confronti che l’hanno portata a rilasciare queste frasi dure e di denuncia. Si tinge così di amarezza e sconforto la sua storia d’amore partenopea.

LA LETTERA:

“Caro Napoli, Ti scrivo perché penso sia arrivato il momento di raccontarci un po’ di cose e di percorrere le emozioni vissute insieme. Sono passati 12 anni ormai, solo dodici, o già 12, dipende dai punti di vista come in ogni cosa… Ricordo quando per la prima volta ti incontrai, io spaesata, una “scugnizza” di strada che non aveva nemmeno gli scarpini con i tacchetti ma che, abituata all’asfalto, giocava con le scarpe da ginnastica. Ricordo la prima volta quando arrivai al campo, fu amore a prima vista, nonostante non avessi mai giocato in una vera squadra fino ad allora. La mia è una storia breve sotto questo punto di vista, mio caro Napoli. A 16 anni ho iniziato a calcare quel prato verde, e a conquistare subito la fiducia del mister, Barbara Nardi, che mi integrò nella prima squadra. Dopo poche presenze, il mio primo gol… e chi se lo dimentica!!!”
E poi: “In quegli anni ero felice e spensierata; il campo rispondeva a tutti i miei perché: era uno sfogo, un divertimento, una vera passione; solo il campo era in grado di “svelarmi”, sia come persona, che come calciatrice; mi chiedevo continuamente se un giorno avrei potuto fare di questa passione un lavoro, essere atleta e giocare a certi livelli. Di questi primi anni della mia carriera ho bellissimi ricordi: vittorie importanti, sconfitte, gioie, ma anche dolori che mi hanno fatta crescere umanamente; campionati di Serie A2 giocati esudati fino all’ultimo minuto, anni e anni a rincorrere quel pallone e quei sogni accompagnati da tanto sudore e sacrificio. Poi, arriva la svolta: nel lontano 2012 le emozioni della finale di Coppa Italia, sfuggita di mano contro il Brescia, campione d’Italia in carica e la vittoria del campionato di serie A2 con la tanto attesa Serie A. Eh si, mio caro Napoli, in tempi non sospetti siamo riusciti ad assaporare nuove platee e a metterci in gioco con giocatrici e squadre importanti. Quel primo anno di serie A fu contraddistinto da alti e bassi, è iniziato tutto in salita per me. L’infortunio che mi portò lontano dal campo per qualche mese, ma con la forza e la determinazione che mi contraddistingue, ritornai a cavalcare quel prato verde che tanto mi mancava; avevo ancora troppe cose in sospeso! Quell’anno ci fu un quinto posto inaspettato per una neopromossa, ma che noi tutte meritavamo, incoronato dal mio primo gol in serie A nell’ultima giornata contro il Como. Quel gol significò tanto. Rappresentò per me un momento importante, il passaggio dall’essere ragazzina a una donna. Quell’anno in Serie A avemmo l’opportunità di ripeterci anche in Coppa Italia, ma perdemmo in semifinale, o meglio, ci fu una sconfitta che portò alla mancata riconferma del mister nella stagione successiva. Da lì, poi, tutta una discesa: si retrocede, e inizia una nuova era targata Carpisa. Anni di Serie B affrontati con la consapevolezza di essere la veterana, e soprattutto sentirsi responsabile di un gruppo giovane formato da tante ragazzine napoletane. Decisi di accettare la sfida; dovevo essere capitano, un esempio per tutte loro; dovevo essere quello che Valentina Esposito e Valeria Pirone erano state per me. Anche di quegli anni ho bellissimi ricordi, spensieratezza e passione si fondevano in un mix perfetto che mi portò a essere orgogliosa di quel gruppo del tutto nuovo, ma accomunato da questi colori: chi meglio delle napoletane poteva rappresentarti, mio caro Napoli. Come in ogni favola i momenti belli finiscono, e dopo tanti sacrifici e tanti anni di serie B, a causa del nuovo format, nella stagione 2017-2018 si retrocede in serie C. E ora che si fa? Non ci pensai due volte, ero consapevole del progetto che mi attendeva e della volontà della società di scalare nuovamente le classifiche. Mi misi in gioco dalla serie C con una squadra ancora una volta rivoluzionata, ma troppo forte per non vincere, infatti nello spareggio finale, un mio assist portò il nostro attaccante a siglare la rete decisiva e a gioire tutte insieme per la vittoria del campionato. Anche nella stagione appena conclusa ero capitano, rappresentavo un punto di riferimento per la squadra e non potevo deludere… inizia così un ulteriore anno calcistico, ma questa volta, per la prima volta in Serie B Nazionale. Consapevole della categoria, decido ancora una volta di mettermi in gioco e di puntare all’obiettivo prefissato qualche anno prima: la Serie A. La nostra cavalcata si è fermata tempo fa, con la pandemia che ha colpito il mondo intero e che non ci ha permesso di festeggiare tutte insieme sul campo. Abbiamo anche quest’anno dominato, consapevoli della nostra forza di gruppo in campo e fuori; e qualche giorno fa è arrivata la tanto attesa ufficialità: il Napoli femminile è di nuovo in Serie A!!! Caro Napoli, sono stata dunque il capitano di una squadra, che dalla serie C, è ritornata in serie A, ma che oggi non indosserà la maglia azzurra, e non potrà più vedere il suo nome sulla maglia numero 2. “Non rientri tecnicamente nei progetti del mister” questo mi è stato detto, quindi, l’amarezza di sentirsi dire di non essere all’altezza delle mie compagne che sono state riconfermate, anche di chi il campo lo ha visto poco o niente. Ma ora mio Caro Napoli, ti racconto anche un’altra verità. E ancora una volta, non mi tiro indietro e ci metto la faccia. Tutto ha inizio l’estate scorsa, quando in società c’è una rivoluzione con nuovi uomini nel settore tecnico, e il mister, riconfermato, ci tranquillizza da tutti i punti di vista. Naturalmente, facendomi credere di essere pedina inamovibile per lui, comincio a fidarmi, e “mi schiero” dalla sua parte, sostenendolo in ogni sua decisione, come deve fare un vero capitano. Lui mi riferisce, che grazie alla sua tutela, non mi hanno fatta fuori, pur essendo questa la volontà societaria. Nascono in me i primi dubbi e incertezze avallate da tutte le sue parole riferite sin dall’inizio, prima ancora di rifirmare e continuare questa avventura. Nonostante fosse una squadra rivoluzionata, tutta nuova, con poche napoletane che hanno sempre saputo gestire qualsiasi situazione e trasmettere l’amore e l’attaccamento alla maglia, la realtà dimostra che il gruppo c’è, e questo si nota già nelle prime partite quando arrivano le prime vittorie. Tuttavia non è stata però una stagione semplice, ricordavo sempre a me stessa di dover dimostrare ai nuovi arrivati il mio vero valore, con la pressione e la paura di non essere ben vista agli occhi loro; anche infortunata, non mi sono mai tirata indietro, proprio per sembrare forte agli occhi di chi, sempre per le parole del mister, non credesse nelle mie capacità. Caro Napoli, puoi capire, quindi, che vivere in queste condizioni non sia stato affatto semplice per me. Dopo partite da titolare mi ritrovo in panchina senza motivo e senza una spiegazione. Accetto la situazione serenamente, in fondo, ne ho fatte di panchine che mi hanno aiutato a crescere sotto tutti i punti di vista. E ancora panchina, panchina… A un certo punto non ero più considerata dal mister, né come calciatrice, né tanto più, come capitano. Nessuna parola, nessun gesto nei miei confronti, mi sono sentita l’ultima arrivata, una estranea. All’ennesima sua provocazione e all’ennesima panchina, sempre senza una motivazione, i nervi saltano e commetto il mio unico errore in 12 anni. Un gesto irrispettoso, lo so. Durante una gara di campionato, alzarsi dalla panchina e andarsene anzitempo negli spogliatoi, non è affatto un gesto carino, né nei confronti delle mie compagne, né della società e dello staff tecnico. Un gesto che riconosco e per il quale chiesi e chiedo ancora oggi umilmente scusa, scusa davanti a tutti, e sottolineo tutti, compagne, staff e società. Come è giusto in questi casi, vengo punita e pago la mia “pena” allenandomi con la squadra Primavera. In questo mese ricevo tanto supporto, un po’ da tutti, tranne dalla persona di cui mi ero fidata in questi anni. E’ proprio lui che al mio rientro nella rosa della prima squadra, continua a trattarmi come una nullità, evitando il mio saluto e il confronto; ovviamente parlare con me avrebbe scoperchiato il pentolone, quindi ha preferito il silenzio. Lui, che ha preferito l’omertà e la sottomissione per giustificare lo scarso o l’assenza totale di impiego di alcune atlete. Lui col quale telefonicamente ho avuto un forte diverbio e che mi ha rinfacciato una frase di Pirandello sulle maschere, pubblicata sui miei social, e che era stata scritta in occasione di un evento della mia vita privata extra-calcistica. Perché si è sentito in ballo? Forse a causa della sua insicurezza e della nomea di “uomo” non coerente e bugiardo nel mondo calcistico campano? Lui che voleva ulteriori scuse da me. Ma perché poi? Non le avevo già fatte il giorno dopo nello spogliatoio davanti a tutti, lui compreso? Insomma, per rimanere con te Napoli, mi sarebbe bastato chiedergli ancora una volta scusa. Io chiedo scusa a te caro Napoli, ma non voglio perdere la mia dignità e la mia personalità.
Ma se per giocare ancora con te Napoli, il prezzo da pagare é scendere a compromessi con il mister, mi rassegno e preferisco esser mandata via. Sono orgogliosa perché la mattina posso guardarmi allo specchio, non so, se lui possa fare lo stesso, soprattutto dopo l’episodio incriminato della semifinale di Coppa Italia persa con una formazione con giocatrici fuori ruolo. A questo punto mi chiedo, dove sono finiti i veri valori del calcio femminile? Caro Napoli, ti prego, non cedere al business di questo sport, ma fai valere ancora la passione e l’attaccamento a questa maglia. Non mi maledire, chiedo scusa a te e a chiunque indosserà questa maglia, ma mi risulterà difficile sostenerti finché ci sarà lui sulla panchina. Siamo ai saluti; di solito le lettere si chiudono con un grazie, non questa, purtroppo. Concludo dicendo: non c’è di che, prego di tutto!!!

Photo credit: Napoli Femminile on Instagram

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